Chiesa di San Bernardino

Se la facciata rinascimentale di San Bernardino fosse una persona, sarebbe quel collega inglese che si presenta in giacca di tweed impeccabile e poi, aperta la porta di casa, rivela un salotto tappezzato d’oro zecchino: fuori il contegno, dentro l’eccesso. Tre ordini sovrapposti — dorico, ionico, corinzio — firmati da Cola dell’Amatrice con un occhio evidentemente rivolto a Michelangelo, tanto da meritarsi il titolo di massima espressione rinascimentale d’Abruzzo. Una scalinata elegante la introduce, come se la chiesa sapesse già di dover fare colpo.

L’operazione nacque per volere di Giovanni da Capestrano, deciso a dare degna sistemazione alle spoglie di San Bernardino da Siena — un po’ come organizzare il funerale perfetto per un santo che, va detto, non aveva chiesto tanto sfarzo. I frati del convento, tra l’altro, si opposero ai lavori: la prima recensione negativa della basilica arrivò dai suoi stessi inquilini.

Poi, nel 1703, un terremoto costrinse a rifare l’interno in chiave barocca, con tanto di soffitto ligneo intagliato e dorato a opera di Ferdinando Mosca — il tipo di ristrutturazione che ti aspetteresti dopo un sinistro assicurativo generoso, non dopo una catastrofe. Il risultato è un corridoio dorato che definire “scintillante” è un eufemismo: qui l’oro non decora, occupa. Il sisma del 2009 ha colpito ancora, danneggiando l’altare e il campanile, riaperti solo nel 2015: la chiesa, va detto, ha lo stesso talento della Fenice londinese nel rialzarsi dalle macerie con più stile di prima.

Dentro, tra le tre navate, si nasconde una pala in terracotta di Andrea della Robbia — pezzo da collezione più che da parrocchia — e il mausoleo marmoreo del santo, opera di Silvestro dell’Aquila. Basilica minore dal 1946, condivide il titolo con altre due chiese aquilane: una specie di club esclusivo, ma con l’ingresso gratuito.