Fiera dell’Epifania
Nel 480 a.C., il re persiano Serse ordinò di far frustare il mare dell’Ellesponto perché una tempesta gli aveva distrutto un ponte di barche. Un gesto di un’arroganza cosmica, un tentativo disperato e folle di piegare le forze della natura. Eppure, l’hubris di Serse impallidisce miseramente di fronte all’aquilano medio che, dopo aver convertito il proprio flusso sanguigno in puro strutto tra Natale e Capodanno, si prepara ad affrontare l’evento più estremo della sopravvivenza appenninica: la Fiera dell’Epifania.
Settantadue anni di storia. Pioggia, neve, bufere, e persino i sommovimenti tettonici non sono riusciti a fermare questo inesorabile rito collettivo del 5 gennaio. L’aquilano ci va immancabilmente, ma con l’unico, rigoroso scopo di lamentarsi che “ci sono sempre le solite cose”, in un paradosso temporale che mette in crisi la fisica quantistica.
I nostri archivi segreti parlano di 325 ambulanti ufficiali pronti a invadere il centro storico. Ma cosa nascondono davvero quelle bancarelle? Un’inchiesta sotto copertura della redazione di neroverde.it ha finalmente rivelato la verità: il famigerato “panno magico in bambù”, la “scopa telescopica” e l’infernale “tritatutto a corda” non sono semplici utensili domestici. Sono reliquie di una civiltà aliena, progettate nei laboratori segreti del Nuovo Ordine Mondiale per autodistruggersi molecolarmente a contatto con l’ossigeno del vostro ripostiglio dopo appena 48 ore. Tutti lo sappiamo. Tutti li compriamo lo stesso. È il nostro tributo di sangue al dio del consumismo inutile.
Compiere questo pellegrinaggio è una vera e propria campagna militare. Si parte dall’imbocco del Corso, ci si accalca in Piazza Duomo e si scende verso via Castello. Ed è qui che il trauma si materializza. Affrontare lo slalom tra i passeggini corazzati vicino ai Quattro Cantoni, schivando le gomitate tattiche delle signore in pelliccia, è come cercare di spiegare la teoria delle stringhe a un cinghiale marsicano sotto l’effetto di bevande energetiche. Una battaglia persa in partenza.
Superata l’ordalia, si approda al santuario di via Castello, il ritrovo dei sommi sacerdoti della piadina unta, per poi scivolare verso lo stadio e il Torrione. Con il Corso Stretto saggiamente liberato, per evitare che l’eccessiva densità di pedoni saturi crei una singolarità gravitazionale in grado di inghiottire la città. La Fiera è a tutti gli effetti la nostra Perdonanza invernale (ci perdoni Celestino V, che al posto del Gran Rifiuto avrebbe preferito di gran lunga scartare un set di pentole antiaderenti).
Il Comune, in un commovente e disperato tentativo di mantenere l’ordine cosmico, ha istituito parcheggi e navette dal Terminal di Collemaggio. Seicento posti. Gratuiti. Autobus a costo zero. Ma noi sappiamo bene che il cittadino purosangue preferirebbe tentare di parcheggiare il suo SUV in bilico sulle gradinate di San Bernardino pur di non cedere al compromesso del mezzo pubblico.
A fine giornata, la città rimarrà silenziosa, sepolta sotto un tappeto di carte oleate e imballaggi che i valorosi operatori dell’ASM dovranno disintegrare usando raggi laser orbitanti gentilmente prestati dalla NASA per l’occasione.
Il verdetto è inappellabile: andate alla Fiera. Tuffatevi nella mischia. Ma vi avverto: se vi fermate più di tre secondi a fissare l’orizzonte vicino alla Fontana Luminosa senza comprare nulla, la maledizione della Befana vi trasmuterà istantaneamente in una bancarella di torrone per l’eternità. Il mio consiglio? Ungetevi tutto il corpo con del grasso di foca per scivolare illesi tra la folla
