San Slivestro
L’arte di cadere in piedi (con Raffaello e i Branconio)
Mettiamola così: se le pietre di San Silvestro potessero parlare, probabilmente ci chiederebbero un momento di silenzio e un caffè forte.
Arroccata in cima alla sua bella gradinata a dominare l’omonima piazza, questa chiesa è uno dei gioielli più affascinanti dell’Aquila. Ma definirla solo “monumento” è riduttivo: è un vero e proprio manuale di sopravvivenza su muratura. Tra una scossa e l’altra nel corso dei secoli, i terremoti le hanno praticamente rifatto i connotati più volte, regalandoci una stratigrafia muraria che fa venire gli occhi a cuoricino ai restauratori e un leggero capogiro a tutti gli altri.
Il quartiere dove i Branconio facevano le cose in grande
Siamo nel cuore dello storico Quarto di Santa Maria, territorio che nel Cinquecento divenne il quartier generale di una famiglia che non amava particolarmente passare inosservata: i Branconio.
Originari di Colle Brinconio (l’odierna Collebrincioni, uno dei castelli fondatori della città), i Branconio incarnavano alla perfezione l’ascesa della nuova nobiltà civica. In pratica, in questa zona dell’Aquila ogni angolo profuma di loro:
- Il loro palazzo nobiliare svetta proprio a destra della chiesa.
- C’è il raffinato Casino delle delizie, una stanza affrescata dentro una dimora privata.
- Poco più in là c’è la Chiesa della Misericordia, tornata a splendere con i suoi tesori nei cantieri del post-sisma.
Ma non si accontentavano di spadroneggiare a livello locale. I Branconio bazzicavano i salotti buoni e i centri di potere di Roma, tanto da farsi progettare un palazzo vicino a San Pietro da un certo Raffaello Sanzio. E già che avevano il numero del “divino pittore” in rubrica, fecero il colpaccio da mecenati veri: convinsero Raffaello a dipingere una pala d’altare per la loro cappella di famiglia proprio qui, dentro San Silvestro. Chapeau.
Dentro la chiesa: l’apparenza inganna
Da fuori la facciata sembra quasi timida: una sobria e rigorosa cortina in pietra calcarea a filari regolari d’opus aquilanum. Ti aspetti un interno austero e minimalista, e invece no.
Entri, vedi le pareti bianche punteggiate da pochi frammenti superstiti che sussurrano storie medievali, e mentre i pilastri ti guidano lo sguardo verso il fondo… boom: l’arco trionfale si apre con una spettacolare Adorazione dei Magi e sfocia nel catino absidale con un maestoso Cristo in Maestà.
Questo capolavoro attribuito al Maestro di Beffi ha vissuto pure lui la sua avventura: è rimasto nascosto sotto una volta fino al 1946, quando Augusto Cecconi Principe (sotto la guida del grande Ferdinando Bologna) lo liberò e restaurò. Fu un intervento all’epoca ritenuto pura avanguardia, tanto che nel post-2009 si è scelto di preservarne fedelmente l’impostazione conservativa.
Poi giri gli occhi verso la navata sinistra e resti spiazzato: una sventagliata di stucchi e decorazioni barocche che sembra quasi capitata lì per scommessa. È la famigerata Cappella Branconio, decorata nel 1625 da Giulio Cesare Bedeschini con le storie della Vergine. Era proprio questa la culla che custodiva la famosa Visitazione di Raffaello (oggi finita, per alterne vicende della storia, al Museo del Prado di Madrid, lasciandoci un pizzico di nostalgia).
Il miracolo del puzzle post-2009
Quando è arrivato il terremoto del 2009, San Silvestro ha incassato colpi durissimi: danni strutturali importanti, la facciata mossa da un pericoloso cinematismo verso l’esterno, lesioni ovunque e apparati decorativi finiti a terra.
Ma la risposta è stata una delle imprese di restauro più impressionanti della città:
- I pilastri delle navate sono stati cuciti e rinforzati da cima a fondo (e pure alla base).
- La facciata è stata accuratamente ri-ancorata alla struttura per evitare che decidesse di andare per conto suo.
- Gli affreschi sono stati sottoposti a un lavoro certosino di consolidamento e reintegrazione pittorica.
Il capolavoro assoluto, però, è avvenuto nella Cappella Branconio: gli intonaci si erano letteralmente polverizzati al suolo. I restauratori hanno raccolto centinaia e centinaia di microscopici frammenti, li hanno catalogati, mappati e ricomposti tipo un puzzle di livello “esperto sadico”. Risultato? Oltre il 90% dei frammenti è tornato al suo posto originale.
Oggi San Silvestro è di nuovo lì, più solida e splendida di prima: un monumento che non solo racconta la grandezza dei Branconio e l’arte dei maestri del passato, ma dimostra pure che all’Aquila la pazienza e l’ostinazione sanno fare veri miracoli d’ingegneria e restauro.
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