Macelleria Palumbo
C’è un dettaglio che dice più di qualunque insegna, ed è questo: a L’Aquila, se chiedi in giro dov’è la Macelleria Palumbo, la metà delle persone ti guarderà con l’aria di chi deve tradurre mentalmente l’indirizzo. “Ah, da Giovannino.” Ecco, in una città dove le attività storiche si contano ormai sulle dita di una mano reduce da un terremoto, essere conosciuti con un nomignolo invece che con la ragione sociale non è folklore: è un attestato di fiducia che nessuna campagna di marketing potrebbe comprare.
Se noi di Neroverde.it dovessimo stilare la classifica definitiva delle macellerie cittadine e piazzare la Macelleria Palumbo al suo posto naturale, la metteremmo senza dubbio sul gradino più alto del podio della “sostanza storica”. Dimenticatevi per un attimo certe nuove botteghe in città che sembrano boutique d’alta moda, dove vi sentite in soggezione davanti a teche illuminate come gioiellerie per frollare tagli esotici dal nome impronunciabile. Qui si respira un’aria meravigliosamente diversa, orgogliosamente ruspante, preannunciata da quell’onesta e solida insegna in legno a mezza luna: “Alimentari – Palumbo – Macelleria”.
Dietro al bancone, Pietro e lo storico Giovannino continuano a difendere la filiera corta con un’ostinazione quasi commovente. Nelle vetrine, spogliate da ogni inutile pretenziosità, trionfa il chilometro zero vero: agnello e pecora squisitamente aquilani, fegato, polpa di suino, trippa lessa e l’immancabile castrato. Nessun passaporto estero, solo ottima carne abruzzese, maiale teramano e pollame marchigiano.
Tuttavia, l’obiettività ci impone di denunciare il lato oscuro di questa bottega. Avendo intelligentemente riempito il vuoto lasciato dai vecchi “scioppetti” di vicinato, la famiglia Palumbo ha trasformato il locale in un campo minato per il vostro portafoglio. È un vero e proprio agguato. Vi sedete sulla pacifica panca in legno aspettando che vi taglino il prosciutto a mano, e inizia il sabotaggio della vostra lista della spesa.
Alla vostra sinistra, scaffalature dall’aria vissuta vi minacciano con file di pasta, pangrattato, spezie e persino i Ringo per le emergenze glicemiche. Se cercate scampo girando lo sguardo, finite contro frigoriferi saturi di paste fresche, burro, mozzarelle e la letale crema di pecorino sardo. Ma il capolavoro della tentazione si materializza nella libreria in legno scuro: un eclettico altare dove pregiati vini regionali convivono, con un’ironia quasi poetica, accanto a rassicuranti brik di Tavernello e a un plotone di passate di pomodoro Mutti pronti a ricordarvi che domenica bisogna fare il sugo.
Il tutto diventa un thriller psicologico a ridosso di Natale o Ferragosto, quando il loro leggendario quaderno delle prenotazioni va in overbooking e la gente implora pacchi sottovuoto anche da fuori regione, rendendo l’acquisto di due salsicce un’impresa per gente con i nervi saldi.
Ma quanto vi costa cadere in tutte queste trappole? Fortunatamente, siamo in una fascia di spesa profondamente onesta e abbordabile. Qui non state finanziando il design minimalista degli interni o il marketing d’oltreoceano, ma pagate il giusto valore di una materia prima reale e di chi la sa lavorare da cinquant’anni.
Continuate a seguire le guide di sopravvivenza di Neroverde.it: la città è piena di botteghe apparentemente innocue che complottano segretamente contro la vostra dieta. Vi aspettiamo alla prossima recensione per scoprire quale sarà la nostra prossima “tentazione”.






































