L’avvicinamento. Ogni grande impresa ha il suo sentiero. Qui è una stradina stretta, buia e in salita, lunga circa duecento metri, che conduce al parcheggio con la solennità di una scalata. Con neve o ghiaccio l’ascesa assume un valore spirituale. Il parcheggio interno accoglie una decina di auto, purché disposte con perizia da tetris. Per gli altri, la piazzola oltre il cancello ciglio strada.All’interno, la sala stranamente tranquilla del sabato sera fa da palcoscenico a un’accoglienza squisitamente astratta. Il noioso concetto di “tavolo prenotato telefonicamente” viene ampiamente superato da una cameriera che vi invita a colonizzare uno spazio a vostro piacimento. A benedire l’arrivo emerge dalla cucina il cuoco, sfoggiando un solenne piglio a metà tra l’escursionista della domenica e il tifoso da curva sud, scrutandoci con la fissa intensità di chi cerca di capire se ci siamo già visti in qualche vita precedente.
L’ambiente interno è dignitosamente pulito e offre spazi di manovra molto comodi tra i tavoli, con un’impostazione estetica tipica di un ristorante di base. L’acustica, tuttavia, è un affascinante esperimento sociale. Se parlate a voce normale, le vostre parole vengono inghiottite dal nulla; se alzate leggermente il tono, diventerete immediatamente i narratori onniscienti dell’intera sala. Ad accompagnare le vostre conversazioni ci penserà la colonna sonora dei piatti per antipasti e contorni: stoviglie dalla risonanza acuta, molto simile al vetro di una finestra economica, in netto e rumoroso contrasto con i più composti e silenziosi piatti riservati alla carne. L’illuminazione è affidata a lampadari classici disposti con una logica imperscrutabile, perfetti per creare un abbagliamento tattico. Questo effetto raggiunge l’apoteosi quando vi viene consegnato il menu: un foglio plastificato, impreziosito da una lieve velata patina d’unto, decorato con improbabili sfondi di frutta e testi multicolore. Leggerlo sotto quella luce è un’esperienza che richiede decodifica visiva avanzata e molta pazienza.
Il servizio ci ha poi omaggiato di un esclusivo ritiro spirituale di 45 minuti di attesa tra l’ordine e il cibo, senza che il personale disturbasse la nostra meditazione con futili scuse. In aggiunta, abbiamo assistito alla magia del “servizio asincrono”: due commensali hanno ricevuto le loro pietanze, mentre gli altri due hanno potuto praticare la nobile arte dell’osservazione per oltre dieci minuti, guardando i propri amici nutrirsi.
Ma veniamo all’offerta culinaria: la carne. La qualità è innegabilmente buona, il taglio pulito e la cottura impeccabile, ma la presentazione sublima il concetto stesso di minimalismo. Sul piatto oversize si staglia un minuscolo, solitario atollo proteico, sperduto in un vasto e drammatico oceano di ceramica. Questo miraggio visivo di circa 80-100 grammi, valutato al modico prezzo di un filetto da 18 euro, spinge a profonde riflessioni filosofiche sul peso specifico dell’oro. Sul menu, d’altronde, il peso delle porzioni è un segreto custodito gelosamente, non specificato nemmeno per le carni proposte a tanto all’etto. Persino le innocenti patatine fritte hanno voluto distinguersi, regalando al palato una misteriosa e ineffabile nota di sapore “strano”.
In sintesi, il Parkkeller offre un’esperienza indimenticabile: nutre la pazienza, allena la vista con straordinaria ed elegante efficienza.






