Chiesa di Collemaggio
L’Aquila, poco fuori le mura, quota Collemaggio — qui sorge quella che gli aquilani chiamano semplicemente “la basilica”, con la sicurezza di chi non ha bisogno di specificare quale, perché non ce n’è un’altra così. La facciata a scacchiera bianca e rosa, tre rosoni e tre portali, è il selfie più fotografato della città: un effetto ottico-decorativo che il Duomo di Orvieto studierebbe con una certa invidia, pur avendo più oro addosso.
La storia parte da un sogno, letteralmente: nel 1287 l’eremita Pietro da Morrone, colto da una visione della Vergine, si mette a costruire qui una chiesa. Sette anni dopo, ancora incompleta, ospita l’incoronazione di quello stesso eremita, diventato papa Celestino V — il pontefice più famoso per essersene andato: dimissioni dopo pochi mesi, il “gran rifiuto” che Dante non gli perdonò mai del tutto. Un curriculum che definire “movimentato” è generoso.
Ad accoglierlo oggi c’è la Porta Santa, la più antica della storia — precede persino quella vaticana — attraverso cui ogni 28-29 agosto passa la Perdonanza Celestiniana: indulgenza plenaria gratuita, un’invenzione che nel Trecento suonava rivoluzionaria quanto oggi suonerebbe un rimborso automatico senza bisogno di chiamare l’assistenza clienti.
Dentro, il Novecento ha fatto pulizia: via il barocco stratificato nei secoli, dentro un rigore neoromanico essenziale, quasi minimalista — la stessa cura chirurgica riservata a San Pietro a Coppito, solo con budget e ambizioni più alte. Il mausoleo che custodisce le spoglie di Celestino V porta la firma di Girolamo da Vicenza, maestro di quell’Andrea Palladio che avrebbe poi fatto scuola in tutt’Europa: un piccolo dettaglio da sfoderare per sembrare più colti al bar dopo la visita.
Terremoti a parte — e ne ha collezionati diversi, l’ultimo nel 2009 — Collemaggio resta il monumento che l’Aquila mostra per prima a chi arriva in città, e a ragione.












